Il corretto utilizzo del diaframma determina l'effetto della profondità di campo desiderata ma relativamente alla focale utilizzata.
Utilizzando il diaframma in modalità tutta apertura otterremo poca profondità di campo oltre il punto di messa a fuoco. In questo modo possiamo isolare il soggetto rispetto allo sfondo.
Mentre con le focali grandangolari non potremo apportare grandi variazioni di sfocato oltre il soggetto principale, altrettanto non si può dire per le focali tele dove tale passaggio è più evidente a seconda del diaframma utilizzato.
In altre parole se utilizziamo il diaframma tutto aperto su una focale grandangolare, riusciremo ancora a leggere lo sfondo molto bene oltre il soggetto principale.
Pertanto, l'uso di un diaframma tutto aperto per isolare lo sfondo è più utile con le focali tele o nel caso di riprese anche grandangolari in cui il soggetto principale è molto vicino al fotografo.
Un diaframma molto aperto (f/2.8 o meno) ci permette di ottenere il minor tempo di esposizione possibile ma con una profondità di campo ridotta, soprattutto usando focali tele.
A parità di diaframma impostato e distanza del soggetto, al crescere del valore focale diminuisce l'estensione della profondità di campo. Questo è il motivo per cui i teleobiettivi presentano una profondità di campo più
ristretta rispetto alle ottiche normali e grandangolari.
Una ridotta profondità di campo viene sfruttata nella fotografia di ritratto e moda, quando si vuole isolare una figura dallo sfondo.
In relazione a quanto detto dobbiamo però sempre fare i conti con la luce disponibile. Un diaframma molto chiuso (f/11-16) richiede una luce molto alta per permetterci di scattare con dei tempi adatti alla focale utilizzata: ricordiamoci sempre il reciproco della focale utilizzata come base logica per evitare foto mosse o micromosse.
Per reciproco della focale si intende quanto segue:
- utilizzando una focale di 18 mm è bene non scendere al di sotto di 1/20 sec
- utilizzando una focale di 50 mm è bene non scendere al di sotto di 1/50 sec
- utilizzando una focale di 200 mm è bene non scendere al di sotto di 1/200 sec
e così via.
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(9) La scala della profondità di campo e i fenomeni ottici: le sorgenti fuori fuoco
Nello scattare fotografie descrittive il problema della messa a fuoco è prioritario. Una fotografia descrittiva si può dire tale se descrive bordi nitidi per l'oggetto d'interesse e per il suo sfondo, vale a dire l'oggetto è in realtà un soggetto che si muove all'interno di un racconto come in un tessuto narrativo descritto dallo sfondo. Questa metafora è importante da tenere in mente se si vuole cercare di scattare fotografie che raccontino qualcosa ed elevarsi nell'Olimpo dei grandi fotografi.
Una volta scelto un diaframma che permetta una buona nitidezza - f/16 o f/22 - non abbiamo risolto il nostro problema perchè non sappiamo però dove mettere a fuoco.
Per far questo è conveniente usare la scala della profondità di campo. Essa è indicata come una scala graduata in metri.
Una profondità di campo impostata a infinito renderà soggetto e sfondo ugualmente a fuoco.
Per poter conoscere la profondità di campo risultante nella fotografia finale però non è sufficiente guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco e scattare. L'anteprima della profondità di campo è visibile grazie ad un tipico pulsante che chiude il diaframma della quantità impostata in fase di scatto.
Questo comando per il controllo visivo della profondità di campo è un aiuto insostituibile per il fotografo ed è al contempo una delle funzione peggio conosciute presenti su una reflex.
Partendo da tutta apertura e tenendo premuto il pulsante anteprima profondità di campo, provate a chiudere il diaframma a vari passi. L'immagine attraverso il mirino diventerà sempre più scura ed al contempo più nitida.
FENOMENI OTTICI: Le sorgenti fuori fuoco
Le leggi dell'ottica ci insegnano che oltre una certa dimensione del diaframma, normalmente quando esso è chiuso, la luce che vi passa attraverso e raggiunge il sensore prenderà la forma delle lamelle. Più il soggetto è lontano e più vivida e intensa la luce, più diffuso diventerà il circolo di luce.
Nelle fotografie notturne, un piccolo accorgimento per far sì che le luci in distanza appaiano a punte, è di impostare il diaframma oltre f/11. Questo effetto è dovuto all'azione diffrattiva del diaframma sulla luce proveniente.
Una volta scelto un diaframma che permetta una buona nitidezza - f/16 o f/22 - non abbiamo risolto il nostro problema perchè non sappiamo però dove mettere a fuoco.
Per far questo è conveniente usare la scala della profondità di campo. Essa è indicata come una scala graduata in metri.
Una profondità di campo impostata a infinito renderà soggetto e sfondo ugualmente a fuoco.
Per poter conoscere la profondità di campo risultante nella fotografia finale però non è sufficiente guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco e scattare. L'anteprima della profondità di campo è visibile grazie ad un tipico pulsante che chiude il diaframma della quantità impostata in fase di scatto.
Questo comando per il controllo visivo della profondità di campo è un aiuto insostituibile per il fotografo ed è al contempo una delle funzione peggio conosciute presenti su una reflex.
Partendo da tutta apertura e tenendo premuto il pulsante anteprima profondità di campo, provate a chiudere il diaframma a vari passi. L'immagine attraverso il mirino diventerà sempre più scura ed al contempo più nitida.
FENOMENI OTTICI: Le sorgenti fuori fuoco
Le leggi dell'ottica ci insegnano che oltre una certa dimensione del diaframma, normalmente quando esso è chiuso, la luce che vi passa attraverso e raggiunge il sensore prenderà la forma delle lamelle. Più il soggetto è lontano e più vivida e intensa la luce, più diffuso diventerà il circolo di luce.
Nelle fotografie notturne, un piccolo accorgimento per far sì che le luci in distanza appaiano a punte, è di impostare il diaframma oltre f/11. Questo effetto è dovuto all'azione diffrattiva del diaframma sulla luce proveniente.
(8) Come scegliere il giusto diaframma: perchè usare f/8?
In teoria un obiettivo è in grado di mettere a fuoco solo un soggetto. Questo assunto è però basato sul fatto che il soggetto sia l'unico corpo ad una certa distanza dall'obiettivo. Se i corpi che presentano la stessa distanza dall'obiettivo sono molti (disposti a curva) allora risulteranno tutti a fuoco.
Le leggi dell'ottica stabiliscono che più è chiuso il diaframma di un dato obiettivo e maggiore è la zona di nitidezza che sarà registrata. Ora un diaframma molto aperto permette ad un gran flusso luminoso di colpire il sensore: tutta la luce presente sulla scena eccetto quella che si riflette dal singolo oggetto a fuoco, attraversa l'obiettivo e si sparge sulla pellicola producendo delle zone fuori fuoco.
Al contrario quando lo stesso soggetto è fotografato con un diaframma molto chiuso (f/22 e oltre) il flusso luminoso si riduce, l'immagine che ne risulta è molto più nitida e dettagliata perchè la luce non si sparge sul sensore ma è concentrata dal diaframma su un solo punto.
L'arte della fotografia è strettamente correlata all'arte di saper raccontare una storia. Una fotografia deve avere un principio, uno svolgimento ed una fine, proprio come in un libro. Questo tipo di immagini sono definite fotografie descrittive.
Poichè gli obiettivi grandangolari dispongono di un ampio angolo di campo, sono in grado di raccontare delle storie con molta efficacia, soprattutto se usati in coppia con diaframmi chiusi, quindi capaci di vedere un maggior numero di dettagli e capaci di ampliare l'ampiezza di vedute.
Un altro tipo di fotografia d'effetto è quella in cui si isola il soggetto dallo sfondo. Questa modalità è tipica del ritratto e viene realizzata con teleobiettivi con ridotto angolo di campo e diaframmi molto aperti.
Esistono alcuni in casi in cui la scelta del diaframma è indifferente, ad esempio quando tutti i soggetti si trovano alla stessa distanza dall'obiettivo. In questi casi la migliore scelta di diaframma è f/8. Per capire il diaframma f/8 si deve conoscere il modo in cui gli obiettivi sono costruiti e il percorso della luce attraverso di essi.
La maggior parte di essi sono costituiti da gruppi di lenti ellittiche, immaginate che all'interno di queste lenti ellittiche si trovi un magnete concepito per accogliere una specificata quantità di luce ed incanalarla verso la pellicola. Il diametro di questo centro magnetico è lo stesso del diametro di f/8.
In termini più tecnici, la luce subisce minor rifrazione quando il diaframma è f/8, le aberrazioni ottiche sono minime e così anche quelle cromatiche ed il coma. Ne consegue che l'immagine sarà nitida e ben definita anche ai bordi senza presentare le noiose frange dovute alla separazione cromatica fra blu e rosso.
Il fenomeno di dispersione cromatica è infatti tanto più forte quanto più la luce attraversa la lente nei suoi lati esterni.
Le leggi dell'ottica stabiliscono che più è chiuso il diaframma di un dato obiettivo e maggiore è la zona di nitidezza che sarà registrata. Ora un diaframma molto aperto permette ad un gran flusso luminoso di colpire il sensore: tutta la luce presente sulla scena eccetto quella che si riflette dal singolo oggetto a fuoco, attraversa l'obiettivo e si sparge sulla pellicola producendo delle zone fuori fuoco.
Al contrario quando lo stesso soggetto è fotografato con un diaframma molto chiuso (f/22 e oltre) il flusso luminoso si riduce, l'immagine che ne risulta è molto più nitida e dettagliata perchè la luce non si sparge sul sensore ma è concentrata dal diaframma su un solo punto.
L'arte della fotografia è strettamente correlata all'arte di saper raccontare una storia. Una fotografia deve avere un principio, uno svolgimento ed una fine, proprio come in un libro. Questo tipo di immagini sono definite fotografie descrittive.
Poichè gli obiettivi grandangolari dispongono di un ampio angolo di campo, sono in grado di raccontare delle storie con molta efficacia, soprattutto se usati in coppia con diaframmi chiusi, quindi capaci di vedere un maggior numero di dettagli e capaci di ampliare l'ampiezza di vedute.
Un altro tipo di fotografia d'effetto è quella in cui si isola il soggetto dallo sfondo. Questa modalità è tipica del ritratto e viene realizzata con teleobiettivi con ridotto angolo di campo e diaframmi molto aperti.
Esistono alcuni in casi in cui la scelta del diaframma è indifferente, ad esempio quando tutti i soggetti si trovano alla stessa distanza dall'obiettivo. In questi casi la migliore scelta di diaframma è f/8. Per capire il diaframma f/8 si deve conoscere il modo in cui gli obiettivi sono costruiti e il percorso della luce attraverso di essi.
La maggior parte di essi sono costituiti da gruppi di lenti ellittiche, immaginate che all'interno di queste lenti ellittiche si trovi un magnete concepito per accogliere una specificata quantità di luce ed incanalarla verso la pellicola. Il diametro di questo centro magnetico è lo stesso del diametro di f/8.
In termini più tecnici, la luce subisce minor rifrazione quando il diaframma è f/8, le aberrazioni ottiche sono minime e così anche quelle cromatiche ed il coma. Ne consegue che l'immagine sarà nitida e ben definita anche ai bordi senza presentare le noiose frange dovute alla separazione cromatica fra blu e rosso.
Il fenomeno di dispersione cromatica è infatti tanto più forte quanto più la luce attraversa la lente nei suoi lati esterni.
Corso 7: Condizioni di scatto: il controluce
Nel controluce la sorgente luminosa è alle vostre spalle. Questo tipo di sorgente è la più difficile da trattare ed è al contempo quella che da più soddisfazioni e più delusioni.
La fotografia controluce risulta il più delle volte al fotografo in erba, più per caso che per competenza.
Sebbene rendere il soggetto come una silhouette sia una delle esposizioni creative più diffuse, se non si lavora per bene la probabilità di risultati insoddisfacenti o pseudo-silhouette è alta.
Fotografando con un teleobiettivo, per esempio un 100 mm, infatti è necessario leggere con l'esposimetro in una zona diversa dal soggetto, per esempio alla sua sinistra e bloccare l'esposizione su quel valore. In ogni caso l'inquadratura non deve contenere il sole perchè altrimenti la fotografia risulterebbe con il soggetto nero che si perde all'interno di un mare scuro. L'esposimetro infatti leggendo l'alta luminosità del sole suggerisce esposizioni con tempi brevissimi sottoesponendo tutta la foto.
Se vi trovate a fotografare in controluce al mare e volete rendere il soggetto, misurate l'esposizione sulla sabbia o sulle rocce bagnate, infatti questa è circa 2 stop più scura del cielo.
Prendiamo per esempio un ritratto di una persona stagliata in controluce su un tramonto. Per poter renderne il viso la tecnica da utilizzare sarà quella già descritta in precedenza.
1. Avvicinarsi al soggetto.
2. Misurare l'esposizione sul viso senza mettere a fuoco.
3. Bloccare l'esposizione con AE Lock.
4. Allontanarsi, rimettere a fuoco e scattare.
Nel caso in cui il sole sia proprio dietro la testa del soggetto si otterrà un piacevole effetto bagliore dovuto alla luce riflessa dai capelli.
In controluce quindi le tecnica sono due: o si decide di fare una silhouette, misurando quindi l'esposizione sullo sfondo illuminato oppure invece si fa il contrario, misurando sul soggetto e lasciando che lo sfondo risulti sovraesposto. In ogni caso non basarsi mai su una lettura media di tutta la scena, piuttosto impostare l'esposimetro da lettura Matrix a lettura SPOT e sfruttare il blocco esposizione.
Per tutti quei casi in cui si vuole sia sfondo che soggetto correttamente esposti ci si deve basare sulla tecnica HDR che permette di estendere il range di EV coperto dall'immagine. Il tipico metodo per creare questo tipo di fotografie è la post-produzione con particolari programmi, ad esempio PhotoMatix 3, su una serie di fotografie, prese tutte con lo stesso diaframma e sensibilità, dalla stessa posizione ma con tempi diversi.
La sequenza così chiamata viene detta bracketing dei tempi e permette di ottenere una successione di fotografia che spaziano in una gamma di esposizioni più ampia dell'originale.
Sulle macchine fotografiche reflex odierne, l'opzione bracketing permette di scattare da 3 a 15 e oltre fotografie in automatico variando i tempi di esposizione da 1/3 fino a 2 stop alla volta.
La fotografia controluce risulta il più delle volte al fotografo in erba, più per caso che per competenza.
Sebbene rendere il soggetto come una silhouette sia una delle esposizioni creative più diffuse, se non si lavora per bene la probabilità di risultati insoddisfacenti o pseudo-silhouette è alta.
Fotografando con un teleobiettivo, per esempio un 100 mm, infatti è necessario leggere con l'esposimetro in una zona diversa dal soggetto, per esempio alla sua sinistra e bloccare l'esposizione su quel valore. In ogni caso l'inquadratura non deve contenere il sole perchè altrimenti la fotografia risulterebbe con il soggetto nero che si perde all'interno di un mare scuro. L'esposimetro infatti leggendo l'alta luminosità del sole suggerisce esposizioni con tempi brevissimi sottoesponendo tutta la foto.
Se vi trovate a fotografare in controluce al mare e volete rendere il soggetto, misurate l'esposizione sulla sabbia o sulle rocce bagnate, infatti questa è circa 2 stop più scura del cielo.
Prendiamo per esempio un ritratto di una persona stagliata in controluce su un tramonto. Per poter renderne il viso la tecnica da utilizzare sarà quella già descritta in precedenza.
1. Avvicinarsi al soggetto.
2. Misurare l'esposizione sul viso senza mettere a fuoco.
3. Bloccare l'esposizione con AE Lock.
4. Allontanarsi, rimettere a fuoco e scattare.
Nel caso in cui il sole sia proprio dietro la testa del soggetto si otterrà un piacevole effetto bagliore dovuto alla luce riflessa dai capelli.
In controluce quindi le tecnica sono due: o si decide di fare una silhouette, misurando quindi l'esposizione sullo sfondo illuminato oppure invece si fa il contrario, misurando sul soggetto e lasciando che lo sfondo risulti sovraesposto. In ogni caso non basarsi mai su una lettura media di tutta la scena, piuttosto impostare l'esposimetro da lettura Matrix a lettura SPOT e sfruttare il blocco esposizione.
Per tutti quei casi in cui si vuole sia sfondo che soggetto correttamente esposti ci si deve basare sulla tecnica HDR che permette di estendere il range di EV coperto dall'immagine. Il tipico metodo per creare questo tipo di fotografie è la post-produzione con particolari programmi, ad esempio PhotoMatix 3, su una serie di fotografie, prese tutte con lo stesso diaframma e sensibilità, dalla stessa posizione ma con tempi diversi.
La sequenza così chiamata viene detta bracketing dei tempi e permette di ottenere una successione di fotografia che spaziano in una gamma di esposizioni più ampia dell'originale.
Sulle macchine fotografiche reflex odierne, l'opzione bracketing permette di scattare da 3 a 15 e oltre fotografie in automatico variando i tempi di esposizione da 1/3 fino a 2 stop alla volta.
(7) Condizioni di scatto: luce laterale
Il difetto dell'illuminazione con luce frontale o diffusa è che essa tende ad appiattire i soggetti, eliminando di fatto tutte le ombre. Per rendere sulla pellicola un'impressione di tridimensionalità è necessario invece incrementare la differenza di luminosità fra zone luminose (alte luci) e ombre.
Per diverse ore dopo l'alba e prima del tramonto i soggetti illuminati di luce di taglio (laterale) abbondano. E' buona norma in questi casi sovraesporre di uno stop rispetto alla lettura dell'esposimetro per aumentare l'effetto delle ombre e rendere la tridimensionalità.
Se però i dettagli che interessano si trovano nella parte in ombra conviene attenersi all'esposimetro. Nella fotografia con luce laterale è importante saper sfruttare l'incapacità dell'apparecchio fotografico di rendere differenze di luminosità che solo l'occhio umano sa percepire.
Per diverse ore dopo l'alba e prima del tramonto i soggetti illuminati di luce di taglio (laterale) abbondano. E' buona norma in questi casi sovraesporre di uno stop rispetto alla lettura dell'esposimetro per aumentare l'effetto delle ombre e rendere la tridimensionalità.
Se però i dettagli che interessano si trovano nella parte in ombra conviene attenersi all'esposimetro. Nella fotografia con luce laterale è importante saper sfruttare l'incapacità dell'apparecchio fotografico di rendere differenze di luminosità che solo l'occhio umano sa percepire.
(7) Condizioni di scatto: cielo coperto e luce frontale
Non serve essere un professionista ed avere macchine fotografiche d'alta gamma per usufruire della luce. Quello che serve è piuttosto trovare e scegliere le situazioni di luce migliore, muovendosi, sperimentando e alle volte anche alzandosi all'alba o restando sulla spiaggia ad aspettare il tramonto più infuocato.
Purtroppo la luce del mezzogiorno fornisce contrasti molto violenti e si può giocare poco con le ombre soffuse.
E' utile conoscere la temperatura della luce, ovvero la sua tonalità nello spettro luminoso. Se alla mattina presto è dorata, resta comunque più fredda di quella che si spande al tramonto e che rende i toni rosso accesi.
Una giornata nuvolosa non è completamente da buttare via per il fotografo, la luce morbida e velata tipica di queste giornate permette di fare bei ritratti di persona e fotografie ai fiori.
Molti pensano che il cielo coperto e la luce diretta diano i risultati migliori, i soggetti sono uniformemente avvolti dalla luce e quindi calcolare l'esposizione è più facile. Questo tipo di illuminazione è l'ideale per fotografare persone, boschi e fiori mentre lo è meno per soggetti bianchi e neri. I ritratti hanno un aspetto naturale, i fiori mostrano colori ben vividi ed i forti contrasti tipici dei boschi sono ridotti.
Un piccolo trucco a chi scatta con luce frontale. Sottoesporre di uno stop i soggetti che si stagliano contro un cielo nuvoloso. In questo modo si rafforza il contrasto delle nubi creando un aspetto più scuro e minaccioso, di sicuro effetto. Un altro metodo per lavorare con questo tipo di soggetti è l'utilizzo della tecnica HDR che estende il range di luminosità coperto dalla fotografia per avvicinarsi al range di EV coperti dall'occhio umano.
Purtroppo la luce del mezzogiorno fornisce contrasti molto violenti e si può giocare poco con le ombre soffuse.
E' utile conoscere la temperatura della luce, ovvero la sua tonalità nello spettro luminoso. Se alla mattina presto è dorata, resta comunque più fredda di quella che si spande al tramonto e che rende i toni rosso accesi.
Una giornata nuvolosa non è completamente da buttare via per il fotografo, la luce morbida e velata tipica di queste giornate permette di fare bei ritratti di persona e fotografie ai fiori.
Molti pensano che il cielo coperto e la luce diretta diano i risultati migliori, i soggetti sono uniformemente avvolti dalla luce e quindi calcolare l'esposizione è più facile. Questo tipo di illuminazione è l'ideale per fotografare persone, boschi e fiori mentre lo è meno per soggetti bianchi e neri. I ritratti hanno un aspetto naturale, i fiori mostrano colori ben vividi ed i forti contrasti tipici dei boschi sono ridotti.
Un piccolo trucco a chi scatta con luce frontale. Sottoesporre di uno stop i soggetti che si stagliano contro un cielo nuvoloso. In questo modo si rafforza il contrasto delle nubi creando un aspetto più scuro e minaccioso, di sicuro effetto. Un altro metodo per lavorare con questo tipo di soggetti è l'utilizzo della tecnica HDR che estende il range di luminosità coperto dalla fotografia per avvicinarsi al range di EV coperti dall'occhio umano.
(6) Lettura esposimetrica e sensibilità della pellicola-sensore
La funzione dell'esposimetro è quella di valutare la luce che entra nella fotocamera e guidare il fotografo verso l'esposizione migliore.
Bisogna capire però che la sola coppia tempo diaframma non è sufficiente per determinare l'esposizione. L'altro vertice del triangolo fotografico è rappresentato dalla sensibilità del sensore o della pellicola. Nelle moderne reflex la sensibilità è indicata con ISO. Un valore basso di ISO significa che l'amplificatore del segnale a livello del CMOS aggiunge poca energia per amplificare le correnti elettriche prodotte dagli elementi fotodiodici (pixel del sensore).
Raddoppi della sensibilità ISO corrispondono a raddoppio dell'esposizione (non raddoppio della luce entrante). Si può capire che in situazioni di scarsa luminosità si deve utilizzare una sensibilità elevata per rendere un'immagine senza mosso.
Sensibilità elevata però, sia per sensori CMOS sia per pellicola, significa rumore o disturbo.
Il rumore (o disturbo) è creato dall'amplificatore di segnale. Se ad un elemento sensibile (fotodiodo) arriva poca luce, sarà bassa la corrente uscente da esso. L'unico modo per aumentare è tramite l'elettronica, ovvero mediante circuiti a transistor. Tuttavia poichè, per motivi statistici, il rumore o la varianza, dipende dall'inverso del numero di fotoni giunti al sensore, in presenza di poca luce, cioè pochi fotoni avremo una grande incertezza sulla misura.
Nella scelta della sensibilità ISO ci si deve porre alcune domande
1. La luce: Il soggetto è ben illuminato?
2. La grana: voglio una foto con o senza rumore (grana)? In alcuni ritratti in bianco e nero si può sfruttare il rumore per dare un tono più forte al viso.
3. Treppiedi: voglio scattare con tempi lunghi, devo usare il cavalletto per evitare il mosso.
4. Movimento: quanto veloce si muove il soggetto?
Se c'è molta luce è meglio avere poca grana cioè scattare ad ISO bassi. Se invece è buio e non posso permettermi scatti mossi devo incrementare gli ISO in maniera sufficiente. Chiaramente avrò uno scatto molto disturbato.
Le moderne reflex professionali coprono un range ISO che va da 50 a oltre 12000 coprendo quasi 8 stop! Stiamo parlando delle reflex di altissima gamma Canon e Nikon, roba per professionisti. Anche alcune reflex come la Nikon D90 estendono il range ISO da 50 a 6400 che in ogni caso è abbondantemente sufficiente.
Bisogna capire però che la sola coppia tempo diaframma non è sufficiente per determinare l'esposizione. L'altro vertice del triangolo fotografico è rappresentato dalla sensibilità del sensore o della pellicola. Nelle moderne reflex la sensibilità è indicata con ISO. Un valore basso di ISO significa che l'amplificatore del segnale a livello del CMOS aggiunge poca energia per amplificare le correnti elettriche prodotte dagli elementi fotodiodici (pixel del sensore).
Raddoppi della sensibilità ISO corrispondono a raddoppio dell'esposizione (non raddoppio della luce entrante). Si può capire che in situazioni di scarsa luminosità si deve utilizzare una sensibilità elevata per rendere un'immagine senza mosso.
Sensibilità elevata però, sia per sensori CMOS sia per pellicola, significa rumore o disturbo.
Il rumore (o disturbo) è creato dall'amplificatore di segnale. Se ad un elemento sensibile (fotodiodo) arriva poca luce, sarà bassa la corrente uscente da esso. L'unico modo per aumentare è tramite l'elettronica, ovvero mediante circuiti a transistor. Tuttavia poichè, per motivi statistici, il rumore o la varianza, dipende dall'inverso del numero di fotoni giunti al sensore, in presenza di poca luce, cioè pochi fotoni avremo una grande incertezza sulla misura.
Nella scelta della sensibilità ISO ci si deve porre alcune domande
1. La luce: Il soggetto è ben illuminato?
2. La grana: voglio una foto con o senza rumore (grana)? In alcuni ritratti in bianco e nero si può sfruttare il rumore per dare un tono più forte al viso.
3. Treppiedi: voglio scattare con tempi lunghi, devo usare il cavalletto per evitare il mosso.
4. Movimento: quanto veloce si muove il soggetto?
Se c'è molta luce è meglio avere poca grana cioè scattare ad ISO bassi. Se invece è buio e non posso permettermi scatti mossi devo incrementare gli ISO in maniera sufficiente. Chiaramente avrò uno scatto molto disturbato.
Le moderne reflex professionali coprono un range ISO che va da 50 a oltre 12000 coprendo quasi 8 stop! Stiamo parlando delle reflex di altissima gamma Canon e Nikon, roba per professionisti. Anche alcune reflex come la Nikon D90 estendono il range ISO da 50 a 6400 che in ogni caso è abbondantemente sufficiente.
(5) Come effettuare una misurazione di esposizione
Non sempre effettuare la misurazione della luce è faccenda semplice. Esistono diversi trucchetti per facilitare il lavoro e migliorare l'esposizione globale soprattutto con fotografie in controluce o in situazione di luce disuniforme.
Bisogna basarsi sulla scelta della profondità di campo ed agire sul diaframma oppure sull'impostazione dei tempi per fermare un azione o rendere l'effetto temporale di una scena? Le risposte a queste domande sono a discrezione del fotografo e questo va fatto prima di ogni ripresa.
Prendiamo l'esempio di un bel ritratto di viso con una luce proveniente da dietro. Un trucco per evitare che l'esposimetro venga influenzato dal bagliore proveniente dal bordo della silhoutte suggerendo un'esposizione scorretta per via della luce principalmente riflessa dai capelli, è quello di avvicinarsi al soggetto e riempire l'inquadratura con il suo viso fuori fuoco. Bloccare la lettura esposimetrica, allontanarsi, ricomporre e scattare.
La sfocatura volontaria è necessaria a mescolare tutte le sorgenti di luce in una sola e permettere all'esposimetro che lavora con una lettura media di valutare correttamente la quantità di luce entrante. Il rischio è che comunque allontanandosi troppo da un soggetto posto su un fondo buio, la quantità di luce, che diminuisce come l'inverso del quadrato della distanza, cali. Per ovviare a questo bisognerà aumentare di qualche frazione di stop per ogni 2 metri di distanza percorsi. Se il fondo è luminoso come il soggetto invece questa regolazione non serve e basta fidarsi dell'esposimetro.
Bisogna basarsi sulla scelta della profondità di campo ed agire sul diaframma oppure sull'impostazione dei tempi per fermare un azione o rendere l'effetto temporale di una scena? Le risposte a queste domande sono a discrezione del fotografo e questo va fatto prima di ogni ripresa.
Prendiamo l'esempio di un bel ritratto di viso con una luce proveniente da dietro. Un trucco per evitare che l'esposimetro venga influenzato dal bagliore proveniente dal bordo della silhoutte suggerendo un'esposizione scorretta per via della luce principalmente riflessa dai capelli, è quello di avvicinarsi al soggetto e riempire l'inquadratura con il suo viso fuori fuoco. Bloccare la lettura esposimetrica, allontanarsi, ricomporre e scattare.
La sfocatura volontaria è necessaria a mescolare tutte le sorgenti di luce in una sola e permettere all'esposimetro che lavora con una lettura media di valutare correttamente la quantità di luce entrante. Il rischio è che comunque allontanandosi troppo da un soggetto posto su un fondo buio, la quantità di luce, che diminuisce come l'inverso del quadrato della distanza, cali. Per ovviare a questo bisognerà aumentare di qualche frazione di stop per ogni 2 metri di distanza percorsi. Se il fondo è luminoso come il soggetto invece questa regolazione non serve e basta fidarsi dell'esposimetro.
(4) Gli esposimetri: studiare la luce
L'esposimetro rappresenta il centro del triangolo fotografico, esso è lo strumento che mette in relazione i tre vertici. Senza le essenziali informazioni che l'esposimetro fornisce, molte volte fotografare sarebbe come gettare fango sul muro sperando che si attacchi.
I primi fotografi (gli albori della fotografia) non usavano esposimetri ma si basavano su tabelle e regole pratiche per l'impostazione della coppia tempo diaframma.
Bisogna sapere infatti che quello che l'esposimetro misura la quantità nota come Valore di esposizione e definito come
EV = log_2(N^2/t)
dove N è l'apertura relativa e t il tempo di scatto. Il logaritmo in base 2 tiene conto del fatto che ad ogni stop la luce dimezza o raddoppia e porta su una scala lineare l'aumento o diminuzione esponenziale del flusso luminoso. Complicato ed inutile per la maggior parte degli scopi di questa guida.
L'esposizione corretta è indicata dall'esposimetro con 0 EV. Se l'esposimetro indicherà un valore di EV positivo, si parla di foto sovraesposta (troppo luminosa), viceversa di foto sottoesposta. E' utile ricordare che nell'errore è meglio una fotografia sottoesposta, è infatti possiibile grazie ad i programmi di fotoritocco moderno, recuperarne gran parte. Nella fotografia sovraesposta o bruciata invece è impossibile recuperare l'informazione che è andata irrimediabilmente persa.
Troppa luce entrante sul sensore ne determina infatti la saturazione, fenomeno per cui la sensibilità dell'elemento di acquisizione d'immagine non è nulla.
Gli esposimetri possono essere di due tipi: separati dall'apparecchio fotografico o incorporati. Gli esposimetri incorportati si basano sul sistema detto TTL, sigla che significa Through the lens. Sono detti a luce riflessa appunto perchè misurano la quantità di luce che è riflessa dal soggetto ed è diretta all'obiettivo fotografico.
Gli esposimetri leggono la luce. Tuttavia esistono diversi modi di leggere la quantità di luce, essa può essere concentrata in una sola area oppure provenire diffusamente da tutta la scena. Gli esposimetri a lettura media forniscono appunto un valore di esposizione calcolato come la media sull'intera scena. In presenza di forti contrasti, gli economici esposimetri a lettura media, non daranno un risultato soddisfacente, provocando perlopiù fotografia fortemente sottoesposte o sovraesposte.
Un altro tipo di esposimetro a luce riflessa è il tipo a lettura spot. Come si capisce dal nome esso misura la luce con un angolo di campo molto stretto, ovvero su una piccola parte della scena. Raramente è incorporato negli apparecchi fotografici e spesso serve puntarlo manualmente prima dello scatto nella zona che si vuole inquadrare per ottenere un'esposizione adeguata. Roba da professionisti perlopiù.
Il più diffuso tipo di esposimetro è quello a media con preferenza centrale. Diversamente da media e spot gli esposimetri a preferenza centrale misurano sì la luce che si riflette dall'intera scena ma pesano maggiormente la zona centrale della ripresa. Per usarli al meglio serve mettere il soggetto al centro dell'inquadratura.
Notare che molto spesso la lettura esposimetrica può essere falsata da oggetti molto riflettenti, come superfici metalliche o vetri, oppure anche da situazioni dove sono presenti oggetti con enorme differenza di riflettanza - un gatto nero ed una parete bianca - ad esempio. Questa situazione si verifica perchè se i soggetti sono illuminati sotto la stessa luce, le loro caratteristiche di riflessione sono diverse. Una parete bianca riflette il 36% della luce mentre un gatto nero solo il 9%.
Occhio quindi a fotografare gatti neri!
Un punto centrale per capire il funzionamento di un esposimetro a luce riflesa è il concetto di grigio neutro. Spesso vi sarete chiesti perchè alcuni fotografi portano con se dei cartoncini grigi. Immaginate un mondo dove tutto sia grigio neutro uniforme. I soggetti che si trovino in piena luce o in piena ombra rifletteranno sempre il 18% della luce che li colpisce. Gli esposimetri a luce riflessa misurano la luce come se provenisse da un mondo a toni di grigio. Per questo funzionano nella maggior parte dei casi a parte quando devono lavorare su soggetti bianchi o neri, essi infatti interpretano tutti i colori in presenza o assenza della luce come grigi e quindi riflettere il 18%. Il problema di questi colori è che il bianco riflette circa il 36% della luce mentre il nero solo il 9%. L'esposimetro puntato su un soggetto bianco allora interpreta questo come una luce eccessiva e suggerisce un'esposizione minore viceversa se il soggetto è nero.
Per poter misurare correttamente un soggetto bianco è quindi necessario ricordarsi che l'esposimetro interpreta un corpo che riflette al 36% come uno che riflette al 18% e quindi aumentare di uno stop, ovvero raddoppiare la luce entrante agendo su diaframma o tempi. Viceversa la misurazione consigliata di un corpo nero deve essere aumentata di uno stop per supplire il restante 9% che c'è dal 9% iniziale al 18% interpretato dall'esposimetro.
Un aiuto al fotografo in queste situazioni arriva dal cartoncino grigio neutro. Esso è uno strumento molto utile a fotografare in scene molto luminose come spiagge o neve. Serve a misurare soggetti molto scuri su fondi chiari. Invece che puntare l'obiettivo, si punta sul cartoncino neutro, si misura la corretta esposizione e con il tasto AE Lock si ricomponene e si scatta.
Le moderne reflex digitali fannoa ancora fatica a correggere questo difetto di lettura e quindi solo gli utenti (fotografi) più esperti potranno vantarsi di belle foto di sciatori o di ragazze su spiagge ed acque cristalline.
I primi fotografi (gli albori della fotografia) non usavano esposimetri ma si basavano su tabelle e regole pratiche per l'impostazione della coppia tempo diaframma.
Bisogna sapere infatti che quello che l'esposimetro misura la quantità nota come Valore di esposizione e definito come
EV = log_2(N^2/t)
dove N è l'apertura relativa e t il tempo di scatto. Il logaritmo in base 2 tiene conto del fatto che ad ogni stop la luce dimezza o raddoppia e porta su una scala lineare l'aumento o diminuzione esponenziale del flusso luminoso. Complicato ed inutile per la maggior parte degli scopi di questa guida.
L'esposizione corretta è indicata dall'esposimetro con 0 EV. Se l'esposimetro indicherà un valore di EV positivo, si parla di foto sovraesposta (troppo luminosa), viceversa di foto sottoesposta. E' utile ricordare che nell'errore è meglio una fotografia sottoesposta, è infatti possiibile grazie ad i programmi di fotoritocco moderno, recuperarne gran parte. Nella fotografia sovraesposta o bruciata invece è impossibile recuperare l'informazione che è andata irrimediabilmente persa.
Troppa luce entrante sul sensore ne determina infatti la saturazione, fenomeno per cui la sensibilità dell'elemento di acquisizione d'immagine non è nulla.
Esposimetri a luce riflessa
Gli esposimetri possono essere di due tipi: separati dall'apparecchio fotografico o incorporati. Gli esposimetri incorportati si basano sul sistema detto TTL, sigla che significa Through the lens. Sono detti a luce riflessa appunto perchè misurano la quantità di luce che è riflessa dal soggetto ed è diretta all'obiettivo fotografico.
Gli esposimetri leggono la luce. Tuttavia esistono diversi modi di leggere la quantità di luce, essa può essere concentrata in una sola area oppure provenire diffusamente da tutta la scena. Gli esposimetri a lettura media forniscono appunto un valore di esposizione calcolato come la media sull'intera scena. In presenza di forti contrasti, gli economici esposimetri a lettura media, non daranno un risultato soddisfacente, provocando perlopiù fotografia fortemente sottoesposte o sovraesposte.
Un altro tipo di esposimetro a luce riflessa è il tipo a lettura spot. Come si capisce dal nome esso misura la luce con un angolo di campo molto stretto, ovvero su una piccola parte della scena. Raramente è incorporato negli apparecchi fotografici e spesso serve puntarlo manualmente prima dello scatto nella zona che si vuole inquadrare per ottenere un'esposizione adeguata. Roba da professionisti perlopiù.
Il più diffuso tipo di esposimetro è quello a media con preferenza centrale. Diversamente da media e spot gli esposimetri a preferenza centrale misurano sì la luce che si riflette dall'intera scena ma pesano maggiormente la zona centrale della ripresa. Per usarli al meglio serve mettere il soggetto al centro dell'inquadratura.
Un esposimetro professionale
Ormai tutte le macchine fotografiche di un certo livello dispongono della possibilità di bloccare la lettura esposimetrica. Questa possiblità è in genere indicata con il tasto "AE Lock". Il fotografo che non si fida della lettura dell'esposimetro o si trova in situazioni di forte controluce e riflessi usa spesso questo comando: si punta l'apparecchio fotografico in una zone della scena che si ritiene di dover misurare accuratamente, dopodichè tenendo il pulsante AE Lock premuto si ricompone nuovamente la scena in un altra zona e si scatta.Notare che molto spesso la lettura esposimetrica può essere falsata da oggetti molto riflettenti, come superfici metalliche o vetri, oppure anche da situazioni dove sono presenti oggetti con enorme differenza di riflettanza - un gatto nero ed una parete bianca - ad esempio. Questa situazione si verifica perchè se i soggetti sono illuminati sotto la stessa luce, le loro caratteristiche di riflessione sono diverse. Una parete bianca riflette il 36% della luce mentre un gatto nero solo il 9%.
Occhio quindi a fotografare gatti neri!
Un punto centrale per capire il funzionamento di un esposimetro a luce riflesa è il concetto di grigio neutro. Spesso vi sarete chiesti perchè alcuni fotografi portano con se dei cartoncini grigi. Immaginate un mondo dove tutto sia grigio neutro uniforme. I soggetti che si trovino in piena luce o in piena ombra rifletteranno sempre il 18% della luce che li colpisce. Gli esposimetri a luce riflessa misurano la luce come se provenisse da un mondo a toni di grigio. Per questo funzionano nella maggior parte dei casi a parte quando devono lavorare su soggetti bianchi o neri, essi infatti interpretano tutti i colori in presenza o assenza della luce come grigi e quindi riflettere il 18%. Il problema di questi colori è che il bianco riflette circa il 36% della luce mentre il nero solo il 9%. L'esposimetro puntato su un soggetto bianco allora interpreta questo come una luce eccessiva e suggerisce un'esposizione minore viceversa se il soggetto è nero.
Per poter misurare correttamente un soggetto bianco è quindi necessario ricordarsi che l'esposimetro interpreta un corpo che riflette al 36% come uno che riflette al 18% e quindi aumentare di uno stop, ovvero raddoppiare la luce entrante agendo su diaframma o tempi. Viceversa la misurazione consigliata di un corpo nero deve essere aumentata di uno stop per supplire il restante 9% che c'è dal 9% iniziale al 18% interpretato dall'esposimetro.
Un aiuto al fotografo in queste situazioni arriva dal cartoncino grigio neutro. Esso è uno strumento molto utile a fotografare in scene molto luminose come spiagge o neve. Serve a misurare soggetti molto scuri su fondi chiari. Invece che puntare l'obiettivo, si punta sul cartoncino neutro, si misura la corretta esposizione e con il tasto AE Lock si ricomponene e si scatta.
Il tasto AE Lock su una reflex Canon (2009)
Il tasto AE Lock sulla Nikon D300
Utilizzo del AE Lock per fotocamera reflex Nikon
La correzione dell'esposizione può anche essere eseguita tramite il controllo esposizione che dà la possibilità di agire su di essa in un intervallo di +/- 2 stop (Canon) o -/+ 5 Stop (Nikon) Compensazione dell'esposizione in scatti di 0.3 EV su una fotocamera reflex Nikon
Corso 3: La profondità di campo
La profondità di campo rappresenta la zona di spazio davanti all'obiettivo entro cui il soggetto è a fuoco, ovvero i suoi contorni sono ben delineati.
La regola generale è che diaframmi aperti determinano profondità di campo ridotte - rendendo il tipico e piacevole effetto sfumato dei ritratti - viceversa diaframmi chiusi permettono di rendere nitida tutta l'immagine cioè far si che da vicino fino ad infinito tutti gli oggetti siano perfettamente a fuoco.
LA PROFONDITA' DI CAMPO
La profondità di campo è la zona all'interno di una fotografia in cui l'immagine è nitida. Mettendo a fuoco su un dato soggeto noterete che una certa nitidezza - contorni ben definiti - è percepibile prima e dopo di esso.
Di norma come regola pratica si considera che la zona di nitidezza si estende un terzo davanti e due terzi dietro il soggetto.
La profondità di campo è influenzata dalla lunghezza focale dell'obiettivo, ovvero la distanza, indicata in fisica con f che intercorre fra il centro ottico ed il sensore. Da notare che il centro ottico, non sempre coincide con il centro dell'obiettivo.
Un obiettivo composto da più lenti, infatti, si comporta come una sola lente la cui lunghezza focale può essere considerevolmente diversa dalla lunghezza fisica dell'obiettivo. Questo è particolarmente evidente negli obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom.
Come regola si può affermare che minore è la lunghezza focale e più è chiuso il diaframma maggiore è la zona di nitidezza. Pensate all'occhio umano ora: quando si guardano zone vicine l'iride della pupilla si allarga mentre in zone di forte illuminazione guardando montagne distanti esso si stringe. L'iride più stretto consente di mettere a fuoco, come si dice in ottica, all'infinito, ovvero porre sullo stesso piano di fuoco tutta la scena visibile.
L'operazione di messa a fuoco è anche essa relativa al posizionamento di una lente all'interno dell'obiettivo, infatti mettendo a fuoco l'obiettivo tende a crescere in lunghezza e di fatto le lenti si allontanano dal piano della pellicola.
Indipendentemente dall'obiettivo più è vicino il soggetto messo a fuoco e più lontane sono le lenti dal piano del sensore.
La regola generale è che diaframmi aperti determinano profondità di campo ridotte - rendendo il tipico e piacevole effetto sfumato dei ritratti - viceversa diaframmi chiusi permettono di rendere nitida tutta l'immagine cioè far si che da vicino fino ad infinito tutti gli oggetti siano perfettamente a fuoco.
LA PROFONDITA' DI CAMPO
La profondità di campo è la zona all'interno di una fotografia in cui l'immagine è nitida. Mettendo a fuoco su un dato soggeto noterete che una certa nitidezza - contorni ben definiti - è percepibile prima e dopo di esso.
Di norma come regola pratica si considera che la zona di nitidezza si estende un terzo davanti e due terzi dietro il soggetto.
La profondità di campo è influenzata dalla lunghezza focale dell'obiettivo, ovvero la distanza, indicata in fisica con f che intercorre fra il centro ottico ed il sensore. Da notare che il centro ottico, non sempre coincide con il centro dell'obiettivo.
Un obiettivo composto da più lenti, infatti, si comporta come una sola lente la cui lunghezza focale può essere considerevolmente diversa dalla lunghezza fisica dell'obiettivo. Questo è particolarmente evidente negli obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom.
Come regola si può affermare che minore è la lunghezza focale e più è chiuso il diaframma maggiore è la zona di nitidezza. Pensate all'occhio umano ora: quando si guardano zone vicine l'iride della pupilla si allarga mentre in zone di forte illuminazione guardando montagne distanti esso si stringe. L'iride più stretto consente di mettere a fuoco, come si dice in ottica, all'infinito, ovvero porre sullo stesso piano di fuoco tutta la scena visibile.
L'operazione di messa a fuoco è anche essa relativa al posizionamento di una lente all'interno dell'obiettivo, infatti mettendo a fuoco l'obiettivo tende a crescere in lunghezza e di fatto le lenti si allontanano dal piano della pellicola.
Indipendentemente dall'obiettivo più è vicino il soggetto messo a fuoco e più lontane sono le lenti dal piano del sensore.
Corso 1: Cosa si intende per esposizione?
A volte il termine si adatta ad una stampa fotografica o ad una diapositiva, oppure al numero di scatti rimanenti nella macchina fotografica.
Ma il più delle volte si intende l'esposizione come la giusta combinazione di tre fattori, sensibilità della pellicola (o ISO dell'amplificatore di segnale nella nostra reflex digitale), diametro di apertura del diaframma e lunghezza del tempo di scatto.
Questa combinazione di tre fattori viene definita da Bryan Patterson come il triangolo fotografico e questa guida è basata in parte sulle sue indicazioni.
Bryan Patterson – Corso avanzato di fotografia.
Ma il più delle volte si intende l'esposizione come la giusta combinazione di tre fattori, sensibilità della pellicola (o ISO dell'amplificatore di segnale nella nostra reflex digitale), diametro di apertura del diaframma e lunghezza del tempo di scatto.
Questa combinazione di tre fattori viene definita da Bryan Patterson come il triangolo fotografico e questa guida è basata in parte sulle sue indicazioni.
Bryan Patterson – Corso avanzato di fotografia.
Corso 2: Cosa sono gli stop in fotografia?
Per rispondere subito alla domanda si può dire che uno stop corrisponde ad un aumento o diminuzione di un fattore 2 della luce entrante sul sensore o sulla pellicola.
Quindi, velocemente, aumentare di due stop significa quadruplicare la luce entrante, diminuire di 3 stop significa ridurre di 8 volte la luce.
Premesso ciò passiamo alla parte teorica, da leggere con attenzione per comprendere appieno il significato dello STOP in fotografia.
Prima di affrontare le tecniche dell'esposizione avete bisogno di impadronirvi di alcune nozioni base. La prima di esse è il diaframma.
Prendete in mano la vostra macchina fotografica (meglio se avete una reflex, dimenticatevi il cellulare, non lo reputo una macchina fotografica).
Sui vecchi modelli di reflex "analogiche" è presente una ghiera numerata, detta ghiera dei diaframmi. In alcune moderne digitali invece è possibile scegliere il diaframma agendo su alcune "rotelle" direttamente sul corpo.
Fatto sta che la ghiera dei diaframmi controlla quello che possiamo definire il primo vertice del triangolo fotografico, ovvero l'apertura del diaframma.
Ogni scatto di questa ghiera, che di solito porta una strana numerazione - da f/2.8 a f/32 e oltre - rappresenta quello che i fotografi chiamano stop o step.
La sequenza dei valori di numeri f è una progressione geometrica di ragione
(circa 1,4) standardizzata al congresso di Liegi nel 1905. Comprende i seguenti valori:
A diaframmi aperti corrisponde un numero f basso, a diaframmi più chiusi invece un numero f elevato.
Ma perchè questa nomenclatura così scomoda? Il motivo è semplice da spiegarsi e risiede nella definizione di flusso luminoso.
Il flusso luminoso è il numero di particelle luminose (dette fotoni) che entrano e vanno a depositarsi sul sensore, moltiplicato per l'area.
Potete pensare al flusso luminoso come al flusso d'acqua in un rubinetto aperto. Maggiore è il diametro del rubinetto, più acqua uscirà. Riprenderemo questa metafora più avanti.
Per gli amanti della tecnica, l'indicazione del diaframma è una frazione che rappresenta il diametro del diaframma stesso ed è da mettere in relazione alla lunghezza focale f ovvero dall'obiettivo che si sta utilizzando.
Se per esempio state fotografando con un obiettivo 50 mm impostato a f/1.4 il diametro del diaframma aperto in fase di scatto sarà di 35.7 mm.
La funzione principale del diaframma è quella di controllare la quantità di luce che durante l'esposizione raggiunge il sensore o la pellicola: non solo, le leggi dell'ottica ci insegnano che il diaframma controlla anche un altro parametro importante, la profondità di campo.
Questa luce può essere paragonata all'acqua che esce da un rubinetto.
Un bicchiere vuoto sotto un rubinetto aperto si riempirebbe in pochi istanti, tuttavia un filo sottile d'acqua impiegherebbe molto tempo a riempire il bicchiere.
Lo stesso principio si può applicare alla luce che attraversa l'obiettivo. Tenendo presente che i diaframmi sono di fatto delle frazioni, f/2, f/2.8, f/4 etc - è facile capire f/16 è un diaframma più piccolo di f/2.8.
Proprio come nell'esempio del rubinetto, il flusso di luce che attraversa l'obiettivo è determinato dal diaframma usato. Immaginate che il diaframma della bocca del rubinetto equivalga ad un diaframma f/2.8. La quantità d'acqua che ne fuoriesce sarà quindi maggiore di quella che fuoriesce se il diametro del rubinetto corrispondesse ad un diaframma f/22.
Ogni qualvolta si passa da un diaframma all'altro - si chiude o si apre di un diaframma - l'ammontare della luce, rispettivamente dimezza o raddoppia.
Questo principio è detto regola del raddoppio e lo vedremo essere valido anche per i tempi di scatto.
Ora gli amanti della matematica - chi vi scrive è un fisico - capiranno che si può raggiungere lo stesso risultato tenendo aperto un rubinetto di diametro 1 cm per 1 secondo oppure utilizzando un rubinetto di 1.4 cm per 0.5 secondi. Perchè?
Sappiamo che il flusso luminoso è area x tempo, dove
Area del rubinetto = 1/2* diametro^2
quindi
1/2 * 1 = 0.5 m^2*s
1/2*2 * 0.5 = 0.5 m^2*s
La regola del raddoppio si comprende meglio guardando al selettore dei tempi di scatto, normalmente utilizzabile agendo su una rotella sulla nostra reflex.
Una volta compreso questo concetto avrete in mano la regola generale per una fotografia tecnicamente corretta, quindi è importante capirlo.
Questa regola si può comprendere meglio guardando alla ghiera dei tempi di scatto o alla rotella di selezione di quest'ultimi. I numeri segnati hanno un significato preciso, essi rappresentano la frazione di tempo per cui il diaframma resterà aperto e la luce potrà entrare ed impressionare il sensore CMOS o la pellicola.
Normalmente sulle reflex un tempo di 1/500 di secondo è indicato come 500 - eliminando di fatto la notazione frazionaria - può capitare di leggere sul selettore dei tempi il numero 2. Questo significa che il tempo di scatto è di 1/2 di secondo e non 2 secondi che sono invece rappresentati con 2".
Sulle macchine più moderne la selezione di tempi e diaframmi è più fine e permette di muoversi a passi di 1/2 o addirittura di 1/3 di stop.
Si potrà pensare dunque che la fotografia corrisponda solamente alla giusta scelta della coppia tempo/diaframma. In realtà è in parte così. I tecnici vi diranno sicuramente così, gli artisti avranno da ridire a riguardo.
Determinare l'esposizione corretta è compito di chi scatta istantanee. Trovare qual'è l'esposizione creativamente corretta rappresenta invece una sfida bene accetta dai veri fotografi.
Abbiamo parlato del diaframma come di un foro (ed in realtà la prima fotografia è nata con un foro) che regola la quantità di luce entrante.
Descriverlo così però è dal punto di vista dell'ottico incompleto. Le leggi dell'ottica ci insegnano che il diaframma influenza la profondità di campo della fotografia.
Quindi, velocemente, aumentare di due stop significa quadruplicare la luce entrante, diminuire di 3 stop significa ridurre di 8 volte la luce.
Premesso ciò passiamo alla parte teorica, da leggere con attenzione per comprendere appieno il significato dello STOP in fotografia.
Prima di affrontare le tecniche dell'esposizione avete bisogno di impadronirvi di alcune nozioni base. La prima di esse è il diaframma.
Prendete in mano la vostra macchina fotografica (meglio se avete una reflex, dimenticatevi il cellulare, non lo reputo una macchina fotografica).
Sui vecchi modelli di reflex "analogiche" è presente una ghiera numerata, detta ghiera dei diaframmi. In alcune moderne digitali invece è possibile scegliere il diaframma agendo su alcune "rotelle" direttamente sul corpo.
Ghiera dei diaframmi e lamelle che lo compongono all'interno di un obiettivo fotografico. Referenza www.fondali.it
Fatto sta che la ghiera dei diaframmi controlla quello che possiamo definire il primo vertice del triangolo fotografico, ovvero l'apertura del diaframma.
Ogni scatto di questa ghiera, che di solito porta una strana numerazione - da f/2.8 a f/32 e oltre - rappresenta quello che i fotografi chiamano stop o step.
La sequenza dei valori di numeri f è una progressione geometrica di ragione
f/1 f/1,4 f/2 f/2,8 f/4 f/5,6 f/8 f/11 f/16 f/22 f/32 f/45 f/64 f/90
Obiettivi capaci di estendersi su tutto questo range sono praticamente impossibili da realizzare a causa di problemi dovuti a leggi ottiche. In ogni caso obiettivi con diaframmi f/1 sono costosissimi ma hanno una luminosità eccellente e non abbisognano di flash, perchè permettono di riprendere tranquillamente a luce ambiente. A diaframmi aperti corrisponde un numero f basso, a diaframmi più chiusi invece un numero f elevato.
Ma perchè questa nomenclatura così scomoda? Il motivo è semplice da spiegarsi e risiede nella definizione di flusso luminoso.
Il flusso luminoso è il numero di particelle luminose (dette fotoni) che entrano e vanno a depositarsi sul sensore, moltiplicato per l'area.
Potete pensare al flusso luminoso come al flusso d'acqua in un rubinetto aperto. Maggiore è il diametro del rubinetto, più acqua uscirà. Riprenderemo questa metafora più avanti.
Per gli amanti della tecnica, l'indicazione del diaframma è una frazione che rappresenta il diametro del diaframma stesso ed è da mettere in relazione alla lunghezza focale f ovvero dall'obiettivo che si sta utilizzando.
Se per esempio state fotografando con un obiettivo 50 mm impostato a f/1.4 il diametro del diaframma aperto in fase di scatto sarà di 35.7 mm.
La funzione principale del diaframma è quella di controllare la quantità di luce che durante l'esposizione raggiunge il sensore o la pellicola: non solo, le leggi dell'ottica ci insegnano che il diaframma controlla anche un altro parametro importante, la profondità di campo.
Questa luce può essere paragonata all'acqua che esce da un rubinetto.
Un bicchiere vuoto sotto un rubinetto aperto si riempirebbe in pochi istanti, tuttavia un filo sottile d'acqua impiegherebbe molto tempo a riempire il bicchiere.
Lo stesso principio si può applicare alla luce che attraversa l'obiettivo. Tenendo presente che i diaframmi sono di fatto delle frazioni, f/2, f/2.8, f/4 etc - è facile capire f/16 è un diaframma più piccolo di f/2.8.
Proprio come nell'esempio del rubinetto, il flusso di luce che attraversa l'obiettivo è determinato dal diaframma usato. Immaginate che il diaframma della bocca del rubinetto equivalga ad un diaframma f/2.8. La quantità d'acqua che ne fuoriesce sarà quindi maggiore di quella che fuoriesce se il diametro del rubinetto corrispondesse ad un diaframma f/22.
Ogni qualvolta si passa da un diaframma all'altro - si chiude o si apre di un diaframma - l'ammontare della luce, rispettivamente dimezza o raddoppia.
Questo principio è detto regola del raddoppio e lo vedremo essere valido anche per i tempi di scatto.
Ora gli amanti della matematica - chi vi scrive è un fisico - capiranno che si può raggiungere lo stesso risultato tenendo aperto un rubinetto di diametro 1 cm per 1 secondo oppure utilizzando un rubinetto di 1.4 cm per 0.5 secondi. Perchè?
Sappiamo che il flusso luminoso è area x tempo, dove
Area del rubinetto = 1/2* diametro^2
quindi
1/2 * 1 = 0.5 m^2*s
1/2*2 * 0.5 = 0.5 m^2*s
La regola del raddoppio si comprende meglio guardando al selettore dei tempi di scatto, normalmente utilizzabile agendo su una rotella sulla nostra reflex.
Una volta compreso questo concetto avrete in mano la regola generale per una fotografia tecnicamente corretta, quindi è importante capirlo.
Questa regola si può comprendere meglio guardando alla ghiera dei tempi di scatto o alla rotella di selezione di quest'ultimi. I numeri segnati hanno un significato preciso, essi rappresentano la frazione di tempo per cui il diaframma resterà aperto e la luce potrà entrare ed impressionare il sensore CMOS o la pellicola.
Normalmente sulle reflex un tempo di 1/500 di secondo è indicato come 500 - eliminando di fatto la notazione frazionaria - può capitare di leggere sul selettore dei tempi il numero 2. Questo significa che il tempo di scatto è di 1/2 di secondo e non 2 secondi che sono invece rappresentati con 2".
Sulle macchine più moderne la selezione di tempi e diaframmi è più fine e permette di muoversi a passi di 1/2 o addirittura di 1/3 di stop.
Si potrà pensare dunque che la fotografia corrisponda solamente alla giusta scelta della coppia tempo/diaframma. In realtà è in parte così. I tecnici vi diranno sicuramente così, gli artisti avranno da ridire a riguardo.
Determinare l'esposizione corretta è compito di chi scatta istantanee. Trovare qual'è l'esposizione creativamente corretta rappresenta invece una sfida bene accetta dai veri fotografi.
Abbiamo parlato del diaframma come di un foro (ed in realtà la prima fotografia è nata con un foro) che regola la quantità di luce entrante.
Descriverlo così però è dal punto di vista dell'ottico incompleto. Le leggi dell'ottica ci insegnano che il diaframma influenza la profondità di campo della fotografia.
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