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L'esposizione a destra

Questa guida è tratta dal manuale di Alessandro Brizzi del NikonClub


L’esposizione a destra rappresenta un importante metodo di lavoro nella fotografia digitale, che permette al fotografo di ottenere foto meno rumorose e qualitativamente migliori.
 http://www.angelofragliasso.it/sottoesposizione.html
Le motivazioni sono legate al funzionamento dell’elettronica a bordo della fotocamera, che riserva un trattamento non uniforme alla luce in ingresso.  In particolare si vedrà come le macchine fotografiche digitali trattino meglio le alte luci e penalizzino le ombre, rendendole più rumorose.

La spiegazione necessita di alcuni concetti di elettronica digitale, che verranno esposti in modo didattico e senza alcuna pretesa scientifica, ma solo con lo scopo di far capire al fotografo come influiscano sulla resa finale dello scatto.
L’esposizione a destra risulterà come logica conseguenza proprio del comportamento dell’elettronica di bordo.Cosa significa esporre a destra? Il termine esposizione a destra si riferisce alla tecnica utilizzata in fotografia digitale, che spinge il fotografo ad adottare coppie tempo-diaframma, per una fissata sensibilità, che portino a sovresporre leggermente la foto.
In particolare quando si dice “a destra” ci si riferisce alla parte dell’istogramma che riguarda le alte luci, che per l’appunto sono nella parte destra del grafico. Lavorando con questa tecnica quindi l’istogramma presenterà sempre delle componenti non nulle nelle alte luci.

Per esporre a destra occorre lavorare con l’esposimetro regolato sulla misurazione spot, puntato sulla sorgente più luminosa presente nell’inquadratura. Bisogna quindi andare a cercare, muovendo la fotocamera, i punti più chiari, valutando di volta in volta quale sia quello più luminoso (il più luminoso sarà quello che avrà un tempo di scatto più rapido a diaframma impostato o un diaframma più chiuso per un tempo prefissato). Una volta individuato il punto più luminoso, occorre bloccare l’esposizione con l’apposito tasto fornito sulla fotocamera e ricomporre l’inquadratura.
 Prima di premere il pulsante di scatto occorre aver regolato opportunamente la compensazione dell’esposizione.
Il motivo per cui è necessario compensare l’esposizione è legato al funzionamento dell’esposimetro.
Se infatti seguiamo i passi elencati precedentemente, andando a misurare l’esposizione spot sulla sorgente più luminosa, questa sarà sicuramente sottoesposta dall’esposimetro, che è tarato su un grigio più scuro.
L’esposimetro suggerisce una coppia tempo diaframma per rendere la sorgente su cui lo stiamo puntando, pari al grigio su cui esso è tarato. Se scattiamo quindi senza compensare l’esposizione, la foto risulterà inevitabilmente sottoesposta nel complesso, perché il punto più luminoso lo stiamo rendendo come il grigio su cui è tarato l’esposimetro, che non è certo assimilabile ad una sorgente luminosa (ad es il grigio 18% è piuttosto scuro).

Di quanto compensare allora? In teoria occorre compensare l’esposizione di tanti stop (o frazioni di) quanti ce ne sono di differenza tra il grigio su cui è tarato l’esposimetro e la sorgente su cui si sta misurando.

Certo non è pratico adottare questo principio teorico, quindi nella pratica occorre procedere per errori, fino ad arrivare a prendere confidenza con la macchina fotografica e i diversi contesti, per ottenere il risultato sperato.

Bisogna sottolineare che la compensazione, che è comunque sempre positiva visto che bisogna sovraesporre, cambia da contesto a contesto e da modello a modello di fotocamera. Ad esempio per un cielo sereno o un cielo nuvoloso le compensazioni possono essere diverse; stessa cosa per diversi modelli di fotocamera con sensori e latitudini di posa del sensore diverse. Personalmente ho potuto constatare che la compensazione si aggira su valori che spaziano da +1.0EV a +1.7EVCerto non è pratico adottare questo principio teorico, quindi nella pratica occorre procedere per errori, fino ad arrivare a prendere confidenza con la macchina fotografica e i diversi contesti, per ottenere il risultato sperato. Bisogna sottolineare che la compensazione, che è comunque sempre positiva visto che bisogna sovraesporre, cambia da contesto a contesto e da modello a modello di fotocamera.
Ad esempio per un cielo sereno o un cielo nuvoloso le compensazioni possono essere diverse; stessa cosa per diversi modelli di fotocamera con sensori e latitudini di posa del sensore diverse. Personalmente ho potuto constatare che la compensazione si aggira su valori che spaziano da +1.0EV a +1.7EV.  A questa compensazione, che non fa altro che rispondere al comportamento dell’esposimetro, occorre aggiungere una leggera sovraesposizione (di circa +0.3EV), che permette di sfruttare al massimo la risposta del sensore per le alte luci.

Mediamente quindi, ma da intendersi solo come esperienza personale e non come dato scientifico, il range di valori che attribuisco alla compensazione spaziano da +1.3EV a +2.0EV, a seconda del contesto (ad esempio compensazioni a +2.0EV sono state applicate in contesti di cielo nuvoloso).  Come si può capire in fase di scatto se la compensazione è stata sufficiente? Gli strumenti che si hanno a disposizione sulla fotocamera, permettono di capire se occorre ripetere lo scatto modificando il valore di compensazione?

A seguito dello scatto occorre guardare sul display due informazioni: l’istogramma RGB (è sufficiente questo, ma si può fare anche tramite gli istogrammi per singolo canale) e le informazioni sulle alte luci, che nelle fotocamera Nikon sono evidenziate come lampeggianti. Entrambi questi strumenti infatti ci permettono di capire se abbiamo sufficientemente esposto a destra. Se infatti l’istogramma non arriva fino al limite destro, sicuramente la compensazione non è stata sufficiente e nello stesso caso non si avranno indicazioni di alte luci. Al contrario, se l’istogramma è tutto decisamente a destra e se le informazioni sulle alte luci ci mostrano un display molto lampeggiante, la compensazione è stata eccessiva, sovresponendo troppo. Anche qui non è possibile fornire dei dati precisi su quale sia il limite universale per capire se la compensazione è stata adeguata o no, bisogna imparare a conoscere le risposte delle fotocamera e a leggere le informazioni sul display. Per meglio comprendere la problematica riporto due esperienze personali su due modelli diversi: D70s e D700. Sulla prima fotocamera una foto era accettabile anche se l’istogramma era piuttosto spostato a destra, con la D700 assolutamente no: le luci bruciate sono quasi irrecuperabili. Il fotografo quindi deve prendere confidenza con il proprio istogramma e le informazioni sulle luci bruciate, per capire se lo scatto sarà poi recuperabile.   In questo caso occorre aprire una parentesi importante sul perché le luci che da fotocamera risultano essere bruciate, siano recuperabili. Fondamentale infatti è il formato del file e questa affermazione è valida solo per i file RAW.  Per un file JPEG l’istogramma è veritiero con certezza, dal momento che la foto viene compressa su camera e da questa viene calcolato l’istogramma mostrato dalla macchina stessa.
Per il RAW invece l’istogramma potrebbe non essere veritiero. Bisogna infatti specificare che per il formato RAW non esiste istogramma, ma l’istogramma che viene visualizzato a seguito dello scatto è ottenuto da una conversione JPEG fatta su camera dello scatto. Ovviamente questa conversione introduce delle perdite, essendo lossy la compressione JPEG, che possono far passare per bruciate, ad esempio, alcune luci che bruciate non sono. La conversione su camera quindi non è affatto quella che verrà fatta in camera chiara e inoltre molti programmi difotoritocco permettono di recuperare le alte luci bruciate (ad esempio Photoshop CS3 incorpora il parametro “Recupero” in Camera RAW che permette di salvare alcune luci). Ovviamente come si diceva prima, tutto dipende dal modello, perché, tornando ai due modelli citati, con D70s l’istogramma non era veritiero e bisognava veder bruciare un bel po’ di luci, su D700 quello che viene segnalato come bruciato è effettivamente tale.   Tornando all’esposizione a destra allora si può riepilogare nei seguenti passi questa tecnica: 
1. Impostare su SPOT l’esposimetro
2. Impostare una compensazione d’esposizione opportuna al contesto e alla fotocamera
 3. Cercare la sorgente più luminosa presente nell’inquadratura, misurandovi l’esposizione
4. Bloccare l’esposizione
5. Ricomporre l’inquadratura e scattare
6. Valutare da istogramma e luci bruciate se la compensazione dell’esposizione è stata eccessiva o scarsa.

Elementi elettronici di una macchina fotografica digitale
L’acquisizione e l’elaborazione della luce in una fotocamera digitale vede coinvolti diversi attori, o meglio componenti, ognuno implicato in una particolare funzione.  Uno schema può essere riepilogato come di seguito: I diversi componenti effettuano tutte le operazioni necessarie per completare la digitalizzazione della luce, che è un segnale analogico. Brevemente, un segnale analogico è una qualsiasi grandezza, per noi luce, che varia con continuità, senza “salti” e che può assumere un infinito range di valori. Questo segnale deve essere digitalizzato e diventare per l’appunto un segnale digitale. Per effettuare questa operazione bisogna prima realizzare il teorema del campionamento, che riduce il set di valori che può assumere il segnale in ingresso ad un infinito numerabile di valori, ovvero si creano i campioni del segnale. Questi verranno mandati in pasto al convertitore analogico-digitale, che tirerà fuori il segnale digitale.

Il teorema del campionamento viene effettuato dal sensore, che acquisisce i fotoni presenti nella luce in ingresso e ne crea, con i suoi fotositi, i campioni.
I campioni sono un infinito numerabile di elementi, ovvero elementi che possono assumere qualsiasi valore, ma non variano con continuità e si possono contare. Dal sensore, CCD o CMOS che sia, esce una corrente di intensità direttamente proporzionale all’intensità luminosa che ha colpito ogni fotosito. Questa corrente è di intensità comunque ridotta e deve necessariamente essere amplificata per poterla digitalizzare con il convertitore analogico- digitale (ADC – Analog to Digital Converter).
L’amplificazione è tanto più forte quanto più è l’impostazione ISO che si è scelta su camera. Occorre fare una doverosa osservazione sull’amplificazione, per spiegare come mai, all’aumentare della sensibilità, aumenta il rumore sulla foto finale. L’amplificatore non fa altro che prendere un segnale in ingresso e ne aumenta il valore in uscita di un opportuno fattore. Nel caso della reflex l’amplificatore riceve la corrente che esce dal sensore e la amplifica. Cosa comporta questo?
Questo implica che se la corrente che esce dal sensore, contenente i campioni della luce arrivata su di esso scattando la foto, contiene del rumore, anche quest’ultimo verrà amplificato. Generalmente il rumore è inferiore per intensità alle informazioni fotografiche, ma amplificando sempre di più la corrente, si finisce per fargli raggiungere un’intensità tale per cui sia visibile sulla foto.
Risulta quindi evidente come lavorando a ISO200 si abbia una certa figura di rumore (ovvero del rumore visibile sulla foto), che sarà molto minore di quello che si vede a ISO1600, che implica un amplificazione maggiore della corrente uscita dal sensore (che contiene anche il rumore). Risulta altrettanto vero allora che molto dipende da quanto rumore produce il sensore. Generalmente i CMOS sono migliori perché oltre ad essere elettronica fredda, non vengono letti in modo seriale come i CCD e quindi permettono di ottenere foto più pulite.  Tornando alla catena che porta a scrivere su supporto di memoria una foto, arriviamo all’ADC, che ricopre un ruolo molto importante: a valle dell’ADC infatti avremo un segnale digitale.
La digitalizzazione di un segnale è un’operazione lineare e con perdita. Per comprendere l’operato di un ADC occorre introdurre i cosiddetti bit (binary digit). I bit sono gli elementi principali di ogni grandezza digitalizzata e sono cifre in base 2.  Non spaventi questa dicitura, dal momento che come esseri umani siamo molto familiari con le cifre in base 10, che non sono altro che: 0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9. Tutti noi sappiamo scrivere i numeri, composti come due o più cifre affiancate. In particolare quando arriviamo al 9, tutti sappiamo scrivere il numero 10, che viene ottenuto aggiungendo una cifra (il 9 è una cifra sola, 10 contiene l’1 e lo 0) e in particolare si mette uno 0 al posto più a destra e un 1 al posto di sinistra. Cosa analoga quando arriviamo a 99, infatti per scrivere 100 non facciamo altro che mettere due 0 a destra e un 1 a sinistra, ecc ecc. La base due, ovvero la base usata dai bit, fa la stessa cosa, ma con solamente due cifre: 0, 1. In base 2 allora si scriverà sempre il numero 10, ma non sarà da leggersi come “dieci”, piuttosto come “uno, zero” e che corrisponde al decimale 2. Il numero 10 (sempre “uno, zero”) in base 2 è un numero a 2 bit, come si può facilmente dedurre.Digitalizzare un segnale, per noi la corrente che esce dal sensore, significa scriverlo in cifre binarie, ovvero in bit e questo è compito dell’ADC. Il convertitore è caratterizzato da un numero di bit cui lavora, che nelle reflex più recenti sono arrivati a 14 (in altri modelli sono 12).

Questo significa che il convertitore prenderà la corrente in ingresso e ne tirerà fuori, per ogni campione, un numero in base 2 a 14 cifre, direttamente proporzionale al valore del campione, che a sua volta è direttamente proporzionale all’intensità della luce che è arrivata sui fotositi del sensore.

Ogni volta che si digitalizza un campione si introduce un errore, detto errore di quantizzazione. Come detto precedentemente infatti la digitalizzazione è un’operazione con perdita. Vediamo da cosa dipende l’errore, rappresentando graficamente una digitalizzazione a 3 bit di un segnale qualsiasi, come in figura:



Nella figura precedente abbiamo il segnale in ingresso, da digitalizzare, costituito da una retta e i cui valori saranno da cercarsi sull’asse delle ordinate (quello verticale) e saranno un infinito numerabile; in asse delle ascisse invece abbiamo i valori che assumerà il segnale a seguito della quantizzazione a 3 bit, che come si nota sono solamente 8 e sono tutti numeri binari a 3 cifre. Si vede come il segnale in uscita non rispecchi esattamente il segnale in ingresso, visto che avrà solamente 8 valori diversi. Il segnale digitalizzato è stato fatto a fette e dalla figura seguente si vede dove si introduce l’errore:
I valori a e b del segnale in ingresso sono entrambi resi nel segnale in uscita come 011, nonostante questi siano effettivamente due valori diversi. Questo è l’errore di quantizzazione: digitalizzando un segnale, che viene rappresentato con un set discreto di valori.

Facciamo un altro esempio, considerando i numeri. Prendiamo i numeri 1 e 2 e supponiamo di rappresentare solo con questi numeri tutti i decimali tra loro contenuti, approssimando per eccesso dal valore 1,5 e per difetto fino all’1,49.
Per noi quindi il numero 1,3 sarà scritto come 1 e il numero 1,5 sarà scritto come 2. Non stiamo facendo altro che introdurre anche noi un errore di quantizzazione, perché se per noi 1,5 è scritto come 2, stiamo rappresentando il numero con uno 0,5 di errore. Questo è il nostro errore di quantizzazione.
Cosa si può fare per l’errore di quantizzazione? Come si può ridurlo? Partendo dal fatto che è inevitabile, l’unica cosa da fare è quella di aumentare il numero di bit, in modo tale che le fette siano molte e fitte e il segnale sia reso meglio, con maggiore precisione.   Cosa comporta scattare a 14 bit?
Quando si lavora a 14 bit si ottengono foto qualitativamente migliori di foto a 12 bit. Utilizzare infatti 14 bit, in base a quanto detto, ci mette in condizioni di ottenere errori di quantizzazione minori. Ma questo beneficio si applica a tutta la foto in maniera uniforme? La risposta è no. A prescindere infatti dal numero di bit che si usa, la macchina fotografica digitale riserva un trattamento migliore alle luci e peggiore alle ombre. Cerchiamo di capirne il motivo.  Lavorando con una macchina a 14 bit si avranno 2^14 fette diverse, ovvero 16384 fette diverse in cui viene fatto il segnale.

Ma come possiamo rapportare gli stop a queste 16000 e più fette? I fotografi sono abituati ad usare gli stop per misurare l’esposizione e se quindi fosse possibile identificare una relazione che lega questa unità di misura al comportamento dell’ADC si potrebbe definire una regola che permetta di sfruttare al meglio il convertitore.Ragionando sulla definizione dello stop, sappiamo che due stop successivi sono separati da un fattore 2 o ½ a seconda che si consideri il precedente o il successivo.
Ma abbiamo altrettanto visto che anche i bit sono in base 2 e moltiplicando per 2 un numero binario, si aggiunge una cifra nel numero stesso (01 x 2 = 10). Allora spostiamo gli stop sul nostro ADC e vediamo cosa succede. Partiamo dallo stop più luminoso, quello che per intenderci contiene anche il bianco.
Il bianco, che è per l’appunto il valore massimo di luminosità che arriva sul sensore sarà rappresentato inevitabilmente dal valore massimo del convertitore, che essendo a 14 bit è pari a 11111111111111, e per gli altri valori di luminosità? Come viene trattata la luce che arriva sul sensore e che è sempre contenuta in questo stop? Dopotutto fino a quando la luce non diventa la metà siamo sempre nello stesso stop.

La luce contenuta nello stesso stop del bianco viene rappresentata con tutti quei valori binari compresi tra il massimo: 11111111111111, e il massimo diviso 2, ovvero 01111111111111 escluso, per un totale di 8192 valori diversi, ovvero 8192 fette diverse (contare per credere). Riepilogando, i valori dello stop più luminoso spazieranno nel seguente intervallo chiuso [11111111111111; 10000000000000], in cui i valori estremi sono compresi.  
Possiamo allora ottenere un primo risultato: lo stop più luminoso, contenente il massimo dell’intensità luminosa che arriva sul sensore, viene digitalizzato con 8192 valori (fette) diversi.  Passiamo allo stop immediatamente sotto. Cosa accade per questo stop?
 Beh la risposta è semplice, i valori ad esso riservati andranno da 01111111111111 a 01000000000000 e quindi avremo 4096 valori (fette) diversi per questo stop. Per lo stop ancora sotto, avremo valori da 00111111111111 a 00100000000000 e quindi avremo 2048 valori (fette) diverse.  Possiamo allora formulare il seguente enunciato: ad ogni stop che arriva sul sensore viene riservato un numero di bit significativi che si dimezza al decrescere dell’intensità luminosa del singolo stop.  E se invece di lavorare a 14 bit lavorassimo a 12 bit, cosa cambierebbe? I conti sono molto semplici da fare e si avrebbe che per lo stop più luminoso, verrebbero riservati valori (fette) da 111111111111 a 100000000000, ovvero 2048 valori diversi. Facendo il confronto con quanto visto a 14 bit, dove avevamo 8192 valori diversi, si nota come a 12 bit si abbia una risoluzione inferiore di ben 4 volte.
Cosa simile accade per gli altri stop.  Da quanto esposto possiamo dedurre i seguenti risultati:
1. Lavorare a 14 bit permette di avere una rappresentazione migliore del segnale digitalizzato, rispetto ai 12 bit;
2. Ogni stop via via più scuro viene digitalizzato con un numero sempre minore di bit e quindi viene reso con maggiore rumore  le luci vengono trattate meglio dalla fotocamera digitale rispetto alle ombre;
3. In fase di scatto, se si include il bianco nella foto, si ottiene una foto meno rumorosa di una che non lo comprenda. 

Bisogna fare molta attenzione a non confondere l’operato del convertitore analogico-digitale con la latitudine di posa del sensore.

Infatti il numero di bit del convertitore non influenza assolutamente questo parametro, che si lavori a 12 o 14 bit le caratteristiche del sensore non cambiano.

Il sensore registra la luce con la sua latitudine di posa e successivamente quanto registrato viene mandato al convertitore. Come influisce in questo l’esposizione a destra?

Dai 3 risultati precedentemente elencati si comprende facilmente come l’esposizione a destra trovi significato ed applicazione, dal momento che includendo il massimo della luminosità possibile (appunto il bianco) si ottiene una foto qualitativamente migliore.

L’esposizione a destra vale a prescindere dal numero di bit con cui si lavora, siano essi 12 o 14, dal momento che comunque lo stop più luminoso riceve un trattamento migliore in termini di digitalizzazione.
In cosa si manifesta la minore qualità, se non si include il bianco nella foto, ovvero sottoesponendo? Il risultato è da cercarsi nelle ombre, che appariranno maggiormente blocchettate, come se si trattasse di artefatto di compressione eccessiva JPEG.
Molto spesso viene sollevata l’obiezione sul fatto che lavorando con l’esposizione a destra, bruciando leggermente le luci, queste siano irrecuperabili e quindi sia meglio sottoesporre, salvando tutto e poi recuperare l’esposizione in camera chiara.
In parte si è già confutata questa affermazione, dimostrando come il trattamento riservato agli stop più luminosi sia migliore, ma si possono anche aggiungere diverse considerazioni:
1. schiarire, quindi recuperare la sottoesposizione, in fase di fotoritocco, comporta un aumento del rumore dell’immagine; scurire invece non comporta alcun rumore aggiuntivo;
2. i programmi di fotoritocco oggi permettono di recuperare con un certo margine le luci bruciate;
3. utilizzando lo spazio di colore ProPhotoRGB in fase di postproduzione è possibile ulteriormente recuperare le luci.

Si ricorda che tutto quanto esposto è valido per foto scattate in formato RAW.  Circa il punto 3 precedente, che merita una trattazione adeguata, invito il lettore a fare il seguente tentativo:
si apra una foto in Adobe Camera RAW con spazio di colore sRGB e si noti l’istogramma. Successivamente si modifichi, sempre in Camera RAW lo spazio di colore in ProPhotoRGB e si noti come cambia l’istogramma, recuperando diverse luci.

(6) Lettura esposimetrica e sensibilità della pellicola-sensore

La funzione dell'esposimetro è quella di valutare la luce che entra nella fotocamera e guidare il fotografo verso l'esposizione migliore.
Bisogna capire però che la sola coppia tempo diaframma non è sufficiente per determinare l'esposizione. L'altro vertice del triangolo fotografico è rappresentato dalla sensibilità del sensore o della pellicola. Nelle moderne reflex la sensibilità è indicata con ISO. Un valore basso di ISO significa che l'amplificatore del segnale a livello del CMOS aggiunge poca energia per amplificare le correnti elettriche prodotte dagli elementi fotodiodici (pixel del sensore).

Raddoppi della sensibilità ISO corrispondono a raddoppio dell'esposizione (non raddoppio della luce entrante). Si può capire che in situazioni di scarsa luminosità si deve utilizzare una sensibilità elevata per rendere un'immagine senza mosso.
Sensibilità elevata però, sia per sensori CMOS sia per pellicola, significa rumore o disturbo.

Il rumore (o disturbo) è creato dall'amplificatore di segnale. Se ad un elemento sensibile (fotodiodo) arriva poca luce, sarà bassa la corrente uscente da esso. L'unico modo per aumentare è tramite l'elettronica, ovvero mediante circuiti a transistor. Tuttavia poichè, per motivi statistici, il rumore o la varianza, dipende dall'inverso del numero di fotoni giunti al sensore, in presenza di poca luce, cioè pochi fotoni avremo una grande incertezza sulla misura.

Nella scelta della sensibilità ISO ci si deve porre alcune domande
1. La luce: Il soggetto è ben illuminato?
2. La grana: voglio una foto con o senza rumore (grana)? In alcuni ritratti in bianco e nero si può sfruttare il rumore per dare un tono più forte al viso.
3. Treppiedi: voglio scattare con tempi lunghi, devo usare il cavalletto per evitare il mosso.
4. Movimento: quanto veloce si muove il soggetto?

Se c'è molta luce è meglio avere poca grana cioè scattare ad ISO bassi. Se invece è buio e non posso permettermi scatti mossi devo incrementare gli ISO in maniera sufficiente. Chiaramente avrò uno scatto molto disturbato.
Le moderne reflex professionali coprono un range ISO che va da 50 a oltre 12000 coprendo quasi 8 stop! Stiamo parlando delle reflex di altissima gamma Canon e Nikon, roba per professionisti. Anche alcune reflex come la Nikon D90 estendono il range ISO da 50 a 6400 che in ogni caso è abbondantemente sufficiente.

(5) Come effettuare una misurazione di esposizione

Non sempre effettuare la misurazione della luce è faccenda semplice. Esistono diversi trucchetti per facilitare il lavoro e migliorare l'esposizione globale soprattutto con fotografie in controluce o in situazione di luce disuniforme.
Bisogna basarsi sulla scelta della profondità di campo ed agire sul diaframma oppure sull'impostazione dei tempi per fermare un azione o rendere l'effetto temporale di una scena? Le risposte a queste domande sono a discrezione del fotografo e questo va fatto prima di ogni ripresa.

Prendiamo l'esempio di un bel ritratto di viso con una luce proveniente da dietro. Un trucco per evitare che l'esposimetro venga influenzato dal bagliore proveniente dal bordo della silhoutte  suggerendo un'esposizione scorretta per via della luce principalmente riflessa dai capelli, è quello di avvicinarsi al soggetto e riempire l'inquadratura con il suo viso fuori fuoco. Bloccare la lettura esposimetrica, allontanarsi, ricomporre e scattare.

La sfocatura volontaria è necessaria a mescolare tutte le sorgenti di luce in una sola e permettere all'esposimetro che lavora con una lettura media di valutare correttamente la quantità di luce entrante. Il rischio è che comunque allontanandosi troppo da un soggetto posto su un fondo buio, la quantità di luce, che diminuisce come l'inverso del quadrato della distanza, cali. Per ovviare a questo bisognerà aumentare di qualche frazione di stop per ogni 2 metri di distanza percorsi. Se il fondo è luminoso come il soggetto invece questa regolazione non serve e basta fidarsi dell'esposimetro.

(4) Gli esposimetri: studiare la luce

L'esposimetro rappresenta il centro del triangolo fotografico, esso è lo strumento che mette in relazione i tre vertici. Senza le essenziali informazioni che l'esposimetro fornisce, molte volte fotografare sarebbe come gettare fango sul muro sperando che si attacchi.
I primi fotografi (gli albori della fotografia) non usavano esposimetri ma si basavano su tabelle e regole pratiche per l'impostazione della coppia tempo diaframma.

Bisogna sapere infatti che quello che l'esposimetro misura la quantità nota come Valore di esposizione e definito come

EV = log_2(N^2/t)

dove N è l'apertura relativa e t il tempo di scatto. Il logaritmo in base 2 tiene conto del fatto che ad ogni stop la luce dimezza o raddoppia e porta su una scala lineare l'aumento o diminuzione esponenziale del flusso luminoso. Complicato ed inutile per la maggior parte degli scopi di questa guida.

L'esposizione corretta è indicata dall'esposimetro con 0 EV. Se l'esposimetro indicherà un valore di EV positivo, si parla di foto sovraesposta (troppo luminosa), viceversa di foto sottoesposta. E' utile ricordare che nell'errore è meglio una fotografia sottoesposta, è infatti possiibile grazie ad i programmi di fotoritocco moderno, recuperarne gran parte. Nella fotografia sovraesposta o bruciata invece è impossibile recuperare l'informazione che è andata irrimediabilmente persa.
Troppa luce entrante sul sensore ne determina infatti la saturazione, fenomeno per cui la sensibilità dell'elemento di acquisizione d'immagine non è nulla.


Esposimetri a luce riflessa

Gli esposimetri possono essere di due tipi: separati dall'apparecchio fotografico o incorporati. Gli esposimetri incorportati si basano sul sistema detto TTL, sigla che significa Through the lens. Sono detti a luce riflessa appunto perchè misurano la quantità di luce che è riflessa dal soggetto ed è diretta all'obiettivo fotografico.

Gli esposimetri leggono la luce. Tuttavia esistono diversi modi di leggere la quantità di luce, essa può essere concentrata in una sola area oppure provenire diffusamente da tutta la scena. Gli esposimetri a lettura media forniscono appunto un valore di esposizione calcolato come la media sull'intera scena. In presenza di forti contrasti, gli economici esposimetri a lettura media, non daranno un risultato soddisfacente, provocando perlopiù fotografia fortemente sottoesposte o sovraesposte.

Un altro tipo di esposimetro a luce riflessa è il tipo a lettura spot. Come si capisce dal nome esso misura la luce con un angolo di campo molto stretto, ovvero su una piccola parte della scena. Raramente è incorporato negli apparecchi fotografici e spesso serve puntarlo manualmente prima dello scatto nella zona che si vuole inquadrare per ottenere un'esposizione adeguata. Roba da professionisti perlopiù.

Il più diffuso tipo di esposimetro è quello a media con preferenza centrale. Diversamente da media e spot gli esposimetri a preferenza centrale misurano sì la luce che si riflette dall'intera scena ma pesano maggiormente la zona centrale della ripresa. Per usarli al meglio serve mettere il soggetto al centro dell'inquadratura.



Un esposimetro professionale
Ormai tutte le macchine fotografiche di un certo livello dispongono della possibilità di bloccare la lettura esposimetrica. Questa possiblità è in genere indicata con il tasto "AE Lock". Il fotografo che non si fida della lettura dell'esposimetro o si trova in situazioni di forte controluce e riflessi usa spesso questo comando: si punta l'apparecchio fotografico in una zone della scena che si ritiene di dover misurare accuratamente, dopodichè tenendo il pulsante AE Lock premuto si ricompone nuovamente la scena in un altra zona e si scatta.

Notare che molto spesso la lettura esposimetrica può essere falsata da oggetti molto riflettenti, come superfici metalliche o vetri, oppure anche da situazioni dove sono presenti oggetti con enorme differenza di riflettanza - un gatto nero ed una parete bianca - ad esempio. Questa situazione si verifica perchè se i soggetti sono illuminati sotto la stessa luce, le loro caratteristiche di riflessione sono diverse. Una parete bianca riflette il 36% della luce mentre un gatto nero solo il 9%.

Occhio quindi a fotografare gatti neri!

Un punto centrale per capire il funzionamento di un esposimetro a luce riflesa è il concetto di grigio neutro. Spesso vi sarete chiesti perchè alcuni fotografi portano con se dei cartoncini grigi. Immaginate un mondo dove tutto sia grigio neutro uniforme. I soggetti che si trovino in piena luce o in piena ombra rifletteranno sempre il 18% della luce che li colpisce. Gli esposimetri a luce riflessa misurano la luce come se provenisse da un mondo a toni di grigio. Per questo funzionano nella maggior parte dei casi a parte quando devono lavorare su soggetti bianchi o neri, essi infatti interpretano tutti i colori in presenza o assenza della luce come grigi e quindi riflettere il 18%. Il problema di questi colori è che il bianco riflette circa il 36% della luce mentre il nero solo il 9%. L'esposimetro puntato su un soggetto bianco allora interpreta questo come una luce eccessiva e suggerisce un'esposizione minore viceversa se il soggetto è nero.

Per poter misurare correttamente un soggetto bianco è quindi necessario ricordarsi che l'esposimetro interpreta un corpo che riflette al 36% come uno che riflette al 18% e quindi aumentare di uno stop, ovvero raddoppiare la luce entrante agendo su diaframma o tempi. Viceversa la misurazione consigliata di un corpo nero deve essere aumentata di uno stop per supplire il restante 9% che c'è dal 9% iniziale al 18% interpretato dall'esposimetro.

Un aiuto al fotografo in queste situazioni arriva dal cartoncino grigio neutro. Esso è uno strumento molto utile a fotografare in scene molto luminose come spiagge o neve. Serve a misurare soggetti molto scuri su fondi chiari. Invece che puntare l'obiettivo, si punta sul cartoncino neutro, si misura la corretta esposizione e con il tasto AE Lock si ricomponene e si scatta.


Il tasto AE Lock su una reflex Canon (2009)


Il tasto AE Lock sulla Nikon D300

Le moderne reflex digitali fannoa ancora fatica a correggere questo difetto di lettura e quindi solo gli utenti (fotografi) più esperti potranno vantarsi di belle foto di sciatori o di ragazze su spiagge ed acque cristalline.


Utilizzo del AE Lock per fotocamera reflex Nikon
La correzione dell'esposizione può anche essere eseguita tramite il controllo esposizione che dà la possibilità di agire su di essa in un intervallo di +/- 2 stop (Canon) o -/+ 5 Stop (Nikon)




 Compensazione dell'esposizione in scatti di 0.3 EV su una fotocamera reflex Nikon

Corso 1: Cosa si intende per esposizione?

 A volte il termine si adatta ad una stampa fotografica o ad una diapositiva, oppure al numero di scatti rimanenti nella macchina fotografica.
Ma il più delle volte si intende l'esposizione come la giusta combinazione di tre fattori, sensibilità della pellicola (o ISO dell'amplificatore di segnale nella nostra reflex digitale), diametro di apertura del diaframma e lunghezza del tempo di scatto.

Questa combinazione di tre fattori viene definita da Bryan Patterson come il triangolo fotografico e questa guida è basata in parte sulle sue indicazioni.
Bryan Patterson – Corso avanzato di fotografia.