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Come aumentare la nitidezza delle fotografie con Photoshop e non solo (2)

L'evoluzione delle tecniche: basculaggio, macrofotografia con luce laminare, fusione dei livelli con il digitale

Per focheggiare un piano inclinato le leggi dell'ottica mettono a disposizione la possibilità di eseguire un basculaggio, inclinando il piano dell'ottica rispetto a quello del fotogramma.
Meccanicamente ciò si è sempre ottenuto tramite i soffietti macro con basculaggio; oppure usando un obiettivo decentrabile e basculabile, come il PC-E Micro NIKKOR 45mm f/2.8D ED o il PC-E Micro NIKKOR 85mm f/2.8D, per un rapporto di ingrandimento fino a 1:2, oppure montati su tubi di prolunga o soffietto.
Questi due sistemi permettono di avere una messa a fuoco otticamente perfetta su un piano, direttamente in ripresa, senza ulteriore necessità di post-produzione.
Dall'eXperience di Gerardo Bonomo
PC Micro-Nikkor 85mm f/2.8D Tilt&Shift


Gli obiettivi decentrabili e basculabili, come il PC-E Micro NIKKOR 45mm f/2.8D ED e il PC-E Micro NIKKOR 85mm f/2.8D, permettono di ottenere grandi risultati in macrofotografia quando è richiesto mettere a fuoco un soggetto particolarmente esteso lungo un piano. Per approfondimenti si veda l'eXperience di Gerardo Bonomo.
Per ottenere una nitidezza elevata con oggetti tridimensionali in passato si fece ricorso a uno stratagemma: illuminare il soggetto con una lama di luce molto intensa, da qui il nome di luce laminare.
Il principio è ingegnoso, la realizzazione molto complessa e richiede una strumentazione molto precisa unita a una notevole capacità tecnica: una lama di luce avvolge il soggetto e viene fatta scorrere dall'inizio alla fine della sua estensione durante il tempo di posa oppure, in alternativa, è il soggetto che viene posto su un supporto mobile e scorre attraverso la luce laminare.
Il movimento deve essere micrometrico e molto preciso; lo studio deve essere buio per evitare luci parassite che darebbero vita a uno sfocato a causa dell'otturatore aperto per tempi lunghi.
Tutto ciò è appannaggio di un laboratorio per fotografia scientifica, difficilmente alla portata del fotografo, anche professionista.
La fotografia digitale ci viene in aiuto grazie alla possibilità di fondere assieme immagini diverse, per ottenere un'immagine finale che sia il prodotto delle parti migliori di ognuna.
Analogamente alle tecniche Stitch, HDR o Jumbo MBS, esiste anche la possibilità di fondere assieme immagini con diverse parti a fuoco.
Lo scopo è quello di prendere da ogni immagine la zona più nitida e costruire un insieme coerente e di elevata qualità.
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Immagine eseguita tramite la fusione di 17 NEF utilizzando il software Helicon Focus™.
Le singole immagini sono state eseguite con AF-S VR Micro-Nikkor 105mm f/2.8 G IF-ED su D700; f/8, T 1/500s, ISO 200.
Il dettaglio è estremamente elevato su tutto il fiore e i boccioli, nonostante la breve distanza di scatto.
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Da questi particolari è evidente il contrasto fra l’elevata nitidezza sul fiore e i boccioli, mentre il fondo è totalmente sfocato.
I 14 bit del NEF permettono di salvare tutti i dettagli delle zone chiare e scure, anche con la ripresa in controluce
(nessun pannello di schiarita è stato usato).
La fusione dei livelli di un gran numero di scatti è impresa non facile, solo gli attuali computer ci permettono di portarla a termine con successo. L'informazione contenuta in un NEF a 14 bit o anche in un JPEG è tale che l'applicazione di un algoritmo per l'unione di una serie immagini richieda una potenza di calcolo elevata.
Si tratta infatti di esaminare tutte le immagini, magari 10 o 20 da 12 megapixel o più, prendendo via via gruppi di pixel limitrofi (matrici variabili da 3x3 a 16x16), calcolare il livello di nitidezza dato dalla messa a fuoco, scegliere per ogni zona dell'immagine finale la parte di ogni immagine singola da utilizzare, creare le maschere di livello, unire le immagini. Il tutto preservando la tonalità e sfumando progressivamente verso le zone meno nitide.
Solo delle vere e proprie “macchine da guerra” come Photoshop™, o software dedicati come Helicon Focus™, possono portare a termine l'impresa.
D'altro canto solo obiettivi del calibro dei Micro-Nikkor possono fornire la quantità di informazione e nitidezza necessarie per un risultato di qualità.

I due programmi citati usano metodi diversi e danno risultati diversi a seconda delle situazioni di ripresa.

Come aumentare la nitidezza delle fotografie con Photoshop e non solo

TUTORIAL PRESO DA http://www.nital.it/experience/nitidezza-macrofotografia.php
Introduzione: il problema della scarsa profondità di campo in macro
Macrofotografia, una delle specialità più affascinanti e complicate della fotografia.
Affascinante perché permette di ingrandire e vedere particolari dei soggetti invisibili a occhio nudo; complicata per l'uso della luce e della messa a fuoco.
Quest'ultima in particolare è un fattore critico, in quanto la profondità di campo è estremamente limitata, causa le ridotte distanze di ripresa.

Si definisce profondità di campo la zona attorno al piano di messa a fuoco che è considerabile di nitidezza sufficiente per la visione umana che, come è noto, si “accontenta” facilmente. Il piano a fuoco è infatti otticamente solo uno ed è limitatissimo nello spazio. L'occhio attribuisce a una zona estesa prima e dopo questo piano una sufficiente nitidezza, detta “profondità di campo a fuoco”.
L'estensione di questa zona dipende da diversi fattori: lunghezza focale, distanza di ripresa e apertura del diaframma.

Le formule matematiche permettono di calcolare con precisione l'estensione della zona nitida, in rapporto a una grandezza chiamata cerchio di diffusione, che rappresenta lo standard di nitidezza di un punto. In sostanza: un punto luminoso viene sempre riprodotto come un cerchietto, di dimensioni molto piccole. Il diametro di questo cerchio rappresenta “quanto piccolo” desideriamo sia un cerchietto luminoso perché il nostro sistema percettivo occhio/cervello lo riproduca come un punto.

Fotografando una stella questa sarà riprodotta come un cerchio di luce dall'obiettivo, che interesserà un limitato numero di pixel. Sotto una certa soglia la si vedrà come un puntino di luce e la si considererà una stella correttamente messa a fuoco.
Ogni soggetto è otticamente fatto da puntini di luce, che vengono riprodotti come cerchietti luminosi, tanto più grandi quanto più lontani dal piano di messa a fuoco. Se questi sono troppo grandi si sovrappongono e il soggetto appare confuso nei dettagli, fuori fuoco.
In digitale la messa a fuoco è critica, causa l'estrema nitidezza del sensore che non ha la grana della pellicola, quindi il cerchio di diffusione deve essere considerato più limitato.
 

Un punto del soggetto viene riprodotto come un cerchietto di luce se non giace sul piano di messa a fuoco.
Riducendo l’apertura del diaframma si migliora la sensazione di nitidezza.
In conclusione: la profondità di campo è direttamente proporzionale alla distanza di ripresa e al numero f/ di apertura del diaframma; mentre è inversamente proporzionale alla lunghezza focale.
La macrofotografia porta a scattare in una situazione critica: breve distanza dal soggetto, focale medio-lunga e spesso diaframmi aperti per mantenere tempi di scatto brevi.
Uno dei cavalli da battaglia della macro è sempre stato il Micro-Nikkor 105mm, una focale medio-lunga, che arriva al rapporto di ingrandimento 1:1 e che impone tempi piuttosto elevati, attorno a 1/125s o superiori.
Ciò è meno importante ora, con la versione AF-S VR Micro-Nikkor 105mm f/2.8 G IF-ED, utilizzato per questo eXperience, dotato di stabilizzatore ottico di immagine, che permette di chiudere il diaframma guadagnando quattro stop rispetto al tempo limite: si può scattare tranquillamente a 1/15s, bilanciando bene un fill-in con la luce ambiente.
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La scala della messa a fuoco del AF-S VR Micro-Nikkor 105mm f/2.8 G IF-ED riporta le distanze di ripresa in metri e piedi,
oltre alla scala di riproduzione del soggetto. Ad esempio il valore 2 sta per 1:2, cioè un ingrandimento dell’immagine
la metà della dimensione del soggetto. Il limite della focheggiatura è a 1:1, cioè pari dimensioni dell’immagine e del soggetto. 
 
Anche a diaframma chiuso la profondità di campo rimane comunque limitata, a causa della ridotta distanza di ripresa che è responsabile di un elevato rapporto di ingrandimento, il quale “la fa da padrone” nell'influenzare il risultato delle formule matematiche.
Per esempio: a corredo del Micro-Nikkor 105mm c'è una tabellina della profondità di campo, che per una distanza di ripresa di 40cm (rapporto di ingrandimento 1:2) a f/16 assegna 1cm di estensione della profondità di campo.
È così, dipende dalle leggi dell'ottica e non ci si può fare nulla.

Per aumentare la profondità di campo su un soggetto tridimensionale si può chiudere il diaframma al massimo, tuttavia si incorre in una perdita di nitidezza dovuta alla diffrazione della luce che passa attraverso la stretta apertura fisica della lamelle. Inoltre basta un piccolo movimento del soggetto per vanificare il vantaggio ottenuto: chiudendo il diaframma è d'obbligo aumentare il tempo di posa.
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Immagini eseguite alla luce del sole con il AF-S VR Micro-Nikkor 105mm f/2.8 G IF-ED su D700. Quella a sinistra a f/8, T 1/800s, ISO 200, mentre quella a destra a f/40, T 1/25s, ISO 200. Come si vede nella prima foto la profondità di campo è limitata alla zona centrale del soggetto. Nella seconda anche attivando lo stabilizzatore d’immagine la nitidezza è scarsa a causa di un minimo movimento del soggetto dovuto a un alito di vento. A breve distanza il rapporto di ingrandimento elevato produce un vistoso effetto mosso anche con movimenti altrimenti poco significativi.
 
continua...